Pecorini Bibliografia e Bibliofilia

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INTRODUZIONE AL CATALOGO DI BIBLIOGRAFIE 2003

Angela Nuovo, Docente di Biblioteconomia, Università degli Studi di Udine

Eccoci di nuovo all'appuntamento annuale atteso con ansia dai bibliofili: la pubblicazione del Catalogo Pecorini. E' sempre felice l'occasione di poter riparlare di bibliofilia e di collezionismo librario. Uno dei temi più frequentemente discussi, anche letterariamente, è il profilo psico-fisico del collezionista di libri: modernamente, più di un osservatore ha voluto ravvisarvi elementi di patologia, di febbre, di 'furore'. Ma e' facile, anche se giusto, ricordare che senza collezionismo non avremmo nel presente quegli oggetti che chiamiamo 'beni culturali'; e che vi fu un'epoca, davvero eroica, in cui radunare libri era non solo compito per uomini ricchi e colti, ma anche impresa delle più faticose. Il collezionismo librario, infatti, consegue le più ambiziose realizzazioni in epoca precedente alla nascita di una vera e propria produzione editoriale al servizio dell'informazione bibliografica.
I primi grandi bibliofili iniziarono a costruire le loro biblioteche a circa un secolo dall'invenzione della stampa. Naturalmente, biblioteche private esistevano anche prima, e collezioni di libri manoscritti anche di notevole entità non si segnalano solo in Italia. Nella prima metà del Cinquecento, l'archetipo del bibliofilo è Fernando Colombo, che gira mezza Europa per comprare libri (ne accumulò diciassettemila): vero è che si tratta del figliolo di Cristoforo Colombo, ma le sue note d'acquisto, scrupolosamente registrate su ogni libro acquistato, indicano una mobilità sorprendente. All'estero, Fernando aveva scoperto che gli conveniva parlare italiano, se voleva essere preso sul serio dai librai: e sottolineava con tristezza la scarsità di libri di pregio nel suo Paese d'origine, la Spagna. Altre volte il viaggiare non era così intenzionale: il marchese Giovanni Bernardino Bonifacio, profugo per motivi religiosi, vagò per l'intera Europa protestante (dall'Inghilterra alla Svezia, dalla Polonia alla Danimarca) con un seguito di schiave berbere e di ex-monaci, ma senza mai smettere di accrescere la cospicua biblioteca che si portava dietro dall'Italia; nel 1591, dopo un naufragio nella Vistola che quasi gliela distrusse, il vecchio marchese, ormai quasi cieco, decise di donarla alla città di Danzica, in cambio di vitto, alloggio ed assistenza per il resto dei suoi giorni.
E' infatti nella seconda metà del Cinquecento che si apre la fase eroica del collezionismo librario, allorché l'élite culturale, in Italia e in Francia prima che in altri Paesi, si prefisse il compito primario della conservazione organizzata delle memorie documentarie e iniziò ad accumulare grandi patrimoni di oggetti storici, libri innanzi tutto, ma anche opere d'arte, reperti archeologici, monete e medaglie, oggetti e animali esotici e strumenti matematici: biblioteca e museo nascono insieme, sotto forma di «inventari del mondo». Giovan Vincenzo Pinelli è il primo e più importante esponente di questa nuova bibliofilia, che pone le basi scientifico-bibliografiche all'idea stessa della biblioteca in Europa. Il collezionismo librario, grazie allo sviluppo del commercio librario e delle relazioni tra eruditi, si fa stanziale, il possessore diventa il più colto degli studiosi, committente di infiniti cataloghi e bibliografie che si fa allestire a titolo di informazione ed esempio. Il bibliofilo sviluppa anche fisicamente l'aspetto macilento degli eruditi: «quel vostro cenciolino di mons. Dupuy» scriveva Jacopo Corbinelli a Pinelli, alludendo alla fragile costituzione fisica del suo corrispondente parigino, il celebre Claude Dupuy. Ma anche Gian Vincenzo Pinelli era cagionevole, odiava viaggiare, persino in carrozza o in battello, limitava al minimo i contatti mondani, aboliva qualunque sua presenza nella vita attiva; ferito a un occhio dal fratello in un gioco infantile, soffrì per tutta la vita di una lesione alla retina che gli causò disturbi visivi, attenuati dall'uso di occhiali con lenti verdi; i calcoli renali, che causarono la sua morte, furono fonte di acuti dolori che poteva placare solo il ricorso agli amatissimi libri, alla cui collezione si dedicò per più di cinquant'anni. E come dimenticare, infine, la magica figura del bibliofilo Nicolas-Claude Fabri de Peiresc, il fondatore dell'antiquaria, l'esempio vivente del perfetto connubio tra cultura e virtù, compianto alla sua scomparsa in più di quaranta lingue diverse, incluso lo scozzese, in una Panglossia voluta a Roma dal cardinal Francesco Barberini? Il suo ricordo, che giunge fino all'Isola del giorno prima di Umberto Eco, sopravvive come l'immagine stessa di una malinconia satura dello spettacolo delle rovine e delle testimonianze del passato, incessantemente accumulate.
Anche oggi, se non mi inganno, in ogni bibliofilo rimane l'eco di questi grandi archetipi; e se tutto intorno a noi è cambiato, come cambiata dalle fondamenta è la scala dei valori della società, rallegriamoci almeno che al collezionista odierno sia offerta simile copia di bibliografie e di supporti informativi, scelti e ordinati dal talento e dalla grazia di Lalla Pecorini.